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Le donne nella resistenza di Claudia Bergia
24 ottobre 2013

Trentacinquemila le partigiane inquadrate nelle formazioni combattenti; 70mila le donne organizzate nei Gruppi di difesa. Furono 4.653 le arrestate e torturate, oltre 2.750 vennero deportate in Germania, 2.812 fucilate o impiccate; 1.070 caddero in combattimento, 19 decorate di Medaglia d’Oro al valor militare, 54 con Medaglia d’Argento, 167 con Medaglia di Bronzo. Sono questi i numeri (dati dell’ANPI) della Resistenza al femminile, una realtà poco conosciuta e studiata, un argomento difficile, sottaciuto e sottovalutato a lungo.
La guerra contro il nazifascismo è stata quasi sempre rappresentata “al maschile”, lasciando alla donna solo ruoli secondari. Oggi, grazie all’affermarsi della componente femminile nel mondo culturale, sociale, economico e politico, si può invece facilmente sostenere che senza le donne non ci sarebbe stata la Resistenza e che, come disse Ferruccio Parri, “le donne furono la Resistenza dei resistenti”.
Dopo l’8 settembre ’43 operaie, casalinghe, contadine, studentesse, insegnanti, impiegate, intellettuali, artiste, di ogni età ed estrazione sociale entrarono in clandestinità, divenendo staffette, partigiane, molte anche Comandanti di bande partigiane. Chiamate a combattere in un mondo in sfacelo, le donne non esitarono ad esporsi a tutti i rischi della lotta partigiana.
Tuttavia, per la maggior parte delle donne la Resistenza non significò impugnare un moschetto ma attaccare manifesti e fare volantinaggio di propaganda del pensiero d’opposizione al nazifascismo, curare i collegamenti, portare le informazioni, trasportare e raccogliere documenti, armi, munizioni, esplosivi, viveri, denaro, attivarsi per l’assistenza in ospedale, preparare documenti falsi, rifugi e sistemazioni per i partigiani.
E’ evidente che un aiuto di questo tipo difficilmente può essere formulato in modo ufficiale nella storia della Resistenza. I dati numerici sopra riportati non possono essere quindi completamente attendibili, poiché di fatto è sempre stato riconosciuto “partigiano” chi aveva portato le armi per almeno tre mesi in una formazione armata regolarmente riconosciuta dal Comando Volontari della Libertà. Solo il ruolo della “staffetta” venne celebrato riconoscendone la pericolosità e l’importanza.
Ma oggi non è più possibile negare queste forme di lotta partigiana condotta senza armi, né ridurre la Resistenza alla figura eroica del partigiano con il mitra. La Resistenza è stata una guerra di Liberazione dell’Italia da un brutale nemico invasore, una lotta di Liberazione di tutti e per tutti, donne e uomini.
Le donne hanno fatto la Resistenza , non ne hanno solo preso parte. Spesso sentiamo parlare “del contributo delle donne alla Resistenza”. Chissà perché a nessuno viene mai in mente di dire “il contributo degli uomini alla Resistenza”.
La Resistenza ha, in un certo senso, concesso alle donne di uscire dall’anonimato, ed ha rappresentato una nuova importante tappa del percorso di emancipazione. Le donne nella Resistenza hanno fatto politica senza separarla dalla vita quotidiana, con spontaneità, rifiuto del calcolo, senso di giustizia, capacità naturale di amare e di soffrire, rispetto della verità, modestia, pietà e anche paura. Una Resistenza sofferta e taciuta. La partecipazione alla lotta partigiana spinse le donne ad essere protagoniste, ad assumersi responsabilità dirette, ad uscire dagli schemi di un dovere solo famigliare, a far appello al proprio coraggio fisico ed alla propria resistenza psichica, alla capacità di controllo, al sentimento della solidarietà ed all’essere parte attiva di una collettività. Tutto questo non senza il dilemma di fondo che forse ha travagliato tutte le donne partigiane: il conflitto interiore tra la necessità di sopprimere vite umane da parte di chi per natura crea la vita, e il tentativo continuo di giustificare questo gesto a sé stesse prima che agli altri.
Le storie delle donne che in vario modo parteciparono alla Resistenza sono storie diverse , che trovano però motivazioni ed ideali comuni, e le conducono a scelte coraggiose ed orgogliose. Sono storie di donne che spesso decidono di lottare per liberarsi dai pregiudizi morali e dalle discriminazioni imposte dalla cultura maschile.
Nella lotta al nazifascismo, nella fondazione della Repubblica e nella costruzione di una società paritaria e democratica, le donne hanno avuto un ruolo fondamentale. L’art.3 della nostra Carta Costituzionale esprime il significato profondo di questa lotta: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla Legge, senza distinzioni di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. (…..) “ .