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Contributi

Libero excursus intorno a due significativi contributi dei savonesi Lelio Speranza e Christian Peluffo: due generazioni con i medesimi valori.

Il proposito calato fra le righe che seguiranno è tracciare un percorso analitico e riflessivo che invita ad interrogarsi su quanto recentemente scritto dai savonesi Lelio Speranza e Christian Peluffo, rispettivamente in una lettera e in un libro, che ho avuto il piacere di leggere in anteprima.


Villafranca ricorda il 13 settembre 1943, di Angelo Granuzzo - AVL Villafranca di Verona. Un documento storico prezioso per la memoria di tutti.


Per ricordare un atto di grande ed esemplare generosità.


Ogni anno, nella terza domenica di settembre, i Volontari della Libertà di Verona celebrano l'anniversario di un eccidio nazifascista perpetrato contro un gruppo di partigiani organizzati nella BANDA ARMATA AQUILA.


Sunto della pubblicazione di Gigi Gronich MONTE COMUN - 17 settembre 1944


Testimonianza di Mario Bernardo alla Commemorazione di Cima Grappa, Monumento al Partigiano, del 15 settembre 2013


10 settembre 2013

Tre partigiani che erano presenti a Granezza nei tragici giorni della battaglia, ai primi del settembre 1944, hanno portato la loro testimonianza ai numerosi presenti a Malga Granezzetta, al termine della Cerimonia di Commemorazione, tenutasi a Granezza di domenica 1 settembre. Si tratta di Attilio Dal Cengio, Domenico Castello ed Attilio Crestani; ai loro racconti si è aggiunta la voce dell’ing. Aldo Tognana, che ha parlato della liberazione di Treviso nell’aprile 1945; la loro partecipazione ha dato ulteriore spessore ed interesse alla seconda parte del pomeriggio, caratterizzata dalla presentazione di alcuni video e documentari: il primo, tratto dal film “I piccoli maestri”, raccontava della vita e delle speranze dei giovani partigiani dell’Altopiano; il secondo, realizzato da una classe del Liceo Brocchi di Bassano, era costruito su un significativo parallelo tra le vicende dell’estate 1944 ed alcuni episodi di attualità; l’ultimo, realizzato dal regista Giuseppe Taffarel nel 1962, raccontava della vita di fame e di stenti dei genitori di un impiccato a Bassano.

La ricca serie di appuntamenti del pomeriggio ha fatto seguito ad un’altrettanto ricca mattinata che, nella commemorazione del 69° anniversario della battaglia di Granezza, ha visto gli interventi dei sindaci di Lusiana, Antonella Corradin; di Lugo, Robertino Cappozzo e di Asiago, Andrea Gios, che ha tenuto l’orazione ufficiale, molto esplicita ed apprezzata.. Erano presenti con proprie rappresentanze anche i Comuni di Valdagno, Schio, Thiene, Marostica, Conco, Sarcedo, Zanè, Chiuppano, Calvene, Roana, Lusiana, Pianezze, Salcedo, Gallio, Fara e Rotzo, nonchè le città Medaglia d’Oro Vicenza e Bassano. In una mostra, curata da Romeo Covolo e allestita in uno spazio adiacente al sacello votivo di Granezza, sono stati esposti rilevamenti fotografici dei luoghi, delle formazioni e degli uomini oggetto del rastrellamento del 6-7 settembre 1944. Come sempre, ampia e qualificata la partecipazione popolare alla cerimonia.


15 settembre 2013

Testimonianza di Sigifrido Celeghin alla Commemorazione di Campo Croce del 15 settembre 2013


In evidenza

A nome della Federazione Italiana Volontari della Libertà e mio personale, voglio esprimere tutto il nostro cordoglio per la scomparsa di Giovanni Bianchi. Ho potuto conoscerlo personalmente solo al Convegno di Milano dello scorso ottobre e mi hanno particolarmente colpito le sue parole introduttive, che insistevano sulla Resistenza come fatto morale e civile, prima che politico o militare per questo vi appartennero militari esperti e giovani che non avevano mai visto un’arma, intellettuali ed operai, rampolli di buona famiglia e gente comune, uomini e donne; tutti intransigenti verso se stessi prima che verso gli altri, “limpidi e diritti, liberi ed intensi” come recita la “Preghiera del Ribelle”, tanto cara a Giovanni. Anche per questo, la sua scomparsa lascia un vuoto incolmabile, ma proprio guardando al suo esempio, le nostre Associazioni troveranno la forza per continuare a far crescere un’Italia libera, pacifica e democratica. Francesco Tessarolo

L’1 luglio si è tenuta sul Monte Penice, presso il monumento votivo della Federazione Italiana Volontari della libertà, l’annuale cerimonia in memoria dei partigiani autonomi e cattolici che hanno combattuto per la democrazia. Durante la cerimonia il Presidente della FIVL Francesco Tessarolo ha letto ai delegati, provenienti da tutta Italia delle associazioni federate, il seguente discorso:
«Signori Sindaci, autorità civili e militari, rappresentanti delle associazioni combattentistiche e partigiane, cittadine e cittadini che anche quest’anno avete voluto essere qui per onorare i sette aviatori americani ed inglesi caduti nel febbraio 1945, mentre eseguivano lanci di materiale ed armi ai partigiani.
Vi confesso che provo non poca inadeguatezza a parlare davanti a questa chiesetta, che è stata fatta erigere nell'immediato dopoguerra dal comandante Enrico Mattei, con la collaborazione dei partigiani del RAP di Voghera, e davanti ai nomi illustri dei presidenti che mi hanno preceduto alla guida della Federazione Italiana Volontari della Libertà.
A differenza di loro, non ho partecipato alla Resistenza, ma tengo molto stretto il ricordo di mio nonno, che nel 1931 venne licenziato per non aver voluto la tessera del partito fascista, pur avendo sette figli da mantenere, e di mio padre partigiano.

Vorrei iniziare con le parole di Pietro Calamandrei, insigne giurista e padre costituente:
“Le commemorazioni – egli scrive - non sono soltanto rievocazione del passato, sono soprattutto esame di coscienza, confessione dei nostri doveri, riconferma dei nostri impegni (...) per trarre da quello che ci dicono i nostri morti nuove forze per riprendere, con più risolutezza, il cammino verso l’avvenire”.

Queste limpide parole invitano tutti a ripensare gli ultimi, terribili venti mesi del secondo conflitto mondiale, partire dall'estate del 1943, quando, dopo tre anni di guerra segnati drammaticamente da impreparazione ed improvvisazione, i discorsi sull'immancabile vittoria delle forze dell'Asse e sull'infallibilità di Mussolini non convincevano più; le disfatte militari, i bombardamenti ed il cibo insufficiente avevano presto fatto dimenticare la precedente infatuazione collettiva e dimostravano tragicamente l'assoluta superficialità della militarizzazione di massa voluta da Mussolini.
In poche settimane, sempre più sgomenti e disorientati, gli italiani assistono all'avanzata degli Alleati dalla Sicilia, all'armistizio dell'8 settembre 1943, alla fuga del re e del suo governo, mentre le truppe tedesche procedono rapidamente all'occupazione del territorio italiano, alla rapina di tutte le risorse ed all'internamento in Germania dei militari italiani; sin pochi giorni, centinaia di migliaia gli ufficiali ed i soldati italiani, lasciati senza ordini, vengono catturati dai tedeschi e trasferiti nei campi di concentramento del Reich; essi non vennero considerati prigionieri di guerra, ma internati militari, per essere meglio sfruttati come schiavi nell'economia di guerra, contro ogni convenzione internazionale.
A più riprese, fu loro offerta la possibilità di arruolarsi con i tedeschi o con la Repubblica di Salò, ma oltre seicentomila internati rifiutarono ripetutamente ogni collaborazione, scegliendo la via del lager invece che quella del ritorno a casa: decine di migliaia di essi, morirono per gli stenti, le malattie, le violenze. Della drammatica vicenda di quei seicentomila uomini, che scelsero con tanta fermezza e pagando a caro prezzo da che parte stare, a lungo si è taciuto o si è parlato troppo poco.

“Non abbiamo vissuto come bruti.” scrive uno di loro “Non ci siamo rinchiusi nel nostro egoismo. La fame, la sporcizia, il freddo, le malattie, la disperata nostalgia delle nostre famiglie e dei nostri figli, il cupo dolore per l’infelicità della nostra terra non ci hanno sconfitti. Non abbiamo dimenticato mai di essere uomini civili, uomini con un passato e un avvenire”.

Intanto, dall’autunno del 1943, con la Repubblica di Salò, i fascisti più fanatici ed esaltati ritornano sulla scena carichi di rancore e di volontà di rivalsa. Ma ancora una volta, la realtà non corrisponde alle loro aspettative ed ai tanti proclami ed i tentativi del generale Graziani di ricostruire l'esercito per combattere a fianco dei tedeschi, e non sotto il loro comando, hanno scarso successo, mentre è evidente la profonda dipendenza della Rsi dalle truppe tedesche, dai loro interessi ed obiettivi.

In questo terribile contesto, nelle case, nei treni, a scuola, nelle piazze, ma soprattutto nel profondo della propria coscienza, ciascun italiano si trovò davanti a scelte nette e radicali, che assolutamente non avevano precedenti e alle quali nessuno era preparato. Diversamente dal Regno del Sud dove, pur nei limiti delle pesanti condizioni di resa imposte dagli Alleati, riprendevano vita i partiti antifascisti e le prime forme di confronto politico e di partecipazione democratica, nell'Italia centrale e settentrionale, a partire dal primo bando Graziani del 9 novembre 1943, furono per primi i giovani a dover decidere da che parte stare, in termini perentori e con scadenze precise, che non ammettevano deroghe o mezze misure.
Fu così che dei giovani meno che ventenni, nati e cresciuti durante il fascismo, frastornati dalla sua propaganda, dalle sue certezze assolute e dall'assenza pressoché totale di riscontri o alternative, seppero guardare nella propria coscienza e decidere di abbattere la schiavitù, la dittatura, per instaurare la libertà e la democrazia. Nella confusione e nello sfacelo generale, essi si aggiunsero agli intellettuali che erano stati costretti a lasciare l’Italia agli inizi del Ventennio o erano finiti al confino, ai reduci della guerra di Spagna, più politicizzati, ai militari che erano sfuggiti alla deportazione ed avevano conosciuto nei deserti africani o nelle steppe russe il disprezzo e l’alterigia dei tedeschi nei loro confronti.
Fu così che intellettuali e contadini, giovani ed anziani, militari esperti e renitenti che non avevano mai imbracciato un'arma, non credenti e cattolici praticanti, uomini e donne seppero capire come ciascuno di noi sia legato da valori di fondo che ci muovono al di sopra della nostra quotidianità e del nostro piccolo mondo, ci sollevano al di sopra dei nostri interessi, ci insegnano che vuol dire essere cittadini. Pur provenendo da molteplici storie personali ed operando in circostanze particolarmente tragiche, queste persone tanto diverse seppero andare oltre l'indignazione temporanea e la comoda attesa per rinsaldare i vincoli, tanto preziosi quanto fragili, del bene comune, mettendo al centro la difesa della dignità umana e la solidarietà ed opponendosi, anche al prezzo della vita, al progetto propugnato dai nazisti e dai fanatici fascisti della Repubblica Sociale Italiana, un progetto basato sull'oppressione e sulla schiavitù, sull'odio razziale e sul conformismo forzato, illiberale e xenofobo.
Nei primi mesi del dopoguerra, complessi e concitati, quando i partiti politici occuparono la scena nazionale, questa dimensione etica ed ideale venne posta in secondo piano, come ebbe a sottolineare lo stesso Enrico Mattei:
“A trattare della questione partigiana, sono anche indotto per aver notato come le numerose celebrazioni fatte nella seconda metà dello scorso anno e poi, con sempre minore frequenza, in questi primi mesi del 1946, vennero quasi esclusivamente organizzate ed effettuate da altri partiti politici che, come è ovvio, furono indotti a valorizzare ed a mettere in particolare risalto l'apporto delle unità partigiane che a tali partiti facevano capo e che da essi dipendevano. Ciò ha forse ingenerato, nell'animo di coloro che ascoltarono tali rievocazioni e che ne lessero i resoconti sui giornali, la convinzione che la lotta di liberazione sia stata un po' il monopolio di uno o due partiti politici. Noi troppo poco parlammo, fino ad oggi, dei nostri partigiani e troppo poco ne scrivemmo, quasi fosse la materia a farci difetto”.

A distanza di oltre settant’anni dalle parole di Mattei, credo sia giunto il tempo di tornare ad evidenziare proprio questa dimensione etica ed ideale, la dimensione che contraddistinse particolarmente le formazioni autonome, apartitiche o cattoliche, le formazioni che poi confluirono nella FIVL.; la dimensione che la Medaglia d’Oro Primo Visentin, Masaccio, che operò tra Vicenza e Treviso, così esprimeva: “Di politica parliamo dopo, adesso dobbiamo combattere i nazifascisti e conquistare la libertà e la democrazia”; anche Nino Bressan, altra figura di spicco della Resistenza cattolica vicentina, scriveva:
“Quando si dice che la nostra Costituzione è nata dalla Resistenza, si sappia che non è retorica, ma una grande verità. Sì, perché nelle soste della lotta si parlava ai contadini e agli operai del diritto alla terra ed al lavoro, ai ragazzi del diritto allo studio, alle donne del diritto di voto, a tutti si parlava di sanità, di libertà, di giustizia sociale. Anche per questo avemmo il massimo appoggio da parte di tutta la popolazione”.
L’idea che ci sia un bene comune che deve prevalere, al quale tutti dobbiamo contribuire, responsabilmente e consapevolmente, ha guidato allora le formazioni partigiane, ha ispirato poi i lavori dell’Assemblea Costituente e deve continuare ad essere tenuta in grande evidenza anche oggi: in momenti nei quali appare difficile, se non impossibile, andare oltre all'individualismo esasperato ed al tornaconto immediato assunti come unico criterio di riferimento, in una fase delicata e complessa della storia dell'Italia repubblicana, segnata dalla delegittimazione continua dell'avversario politico, dalla crescente frammentazione e da visioni sempre più ristrette, segnate solo da protesta e scontento, ritornare sul monte Penice e rievocare le vicende tragiche che hanno permesso la nascita della Repubblica italiana, significa uscire delle paludi pericolose dell’indifferenza, del fatalismo e della rassegnazione, significa capire lo stretto intreccio che sempre intercorre tra le scelte collettive e quelle individuali, per trovare, o ritrovare, il coraggio di amare la verità, di credere ai propri ideali e alle proprie speranze, il coraggio di riaffermare, tutelare, rinsaldare sempre quella dimensione etica ed ideale, quel futuro comune e condiviso che fu la causa cui tanti italiani e soldati stranieri dedicarono il loro impegno e la loro vita.
Viva l’Italia, viva la Resistenza, viva la FIVL.»

Sabato 24 Giugno 2017, consegna dell'attestato di riconoscenza al Presidente emerito Guido De Carli

Il Papa ha autorizzato il decreto sul martirio. Alpino nella campagna di Russia, iscritto ad Ac e Fuci, l’autore della preghiera dei «ribelli per amore» è morto - a calci - a Hersbruck


La Chiesa ha deciso: sarà beato Teresio Olivelli. La sua morte nel lager di Hersbruck è avvenuta in odium fidei. Dunque è un martire cristiano. Ieri, venerdì 16 giugno 2017, papa Francesco ha ricevuto in udienza il cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi: il Pontefice ha autorizzato a promulgare il decreto riguardante il martirio del laico ucciso il 17 gennaio 1945.
La beatificazione avverrà nella diocesi di Vigevano, promotrice della causa iniziata trent’anni fa dal vescovo monsignor Mario Rossi.

Scrive il suo attuale successore, monsignor Maurizio Gervasoni: «La diocesi di Vigevano accoglie la bella notizia e se ne rallegra unitamente alle Chiese sorelle di Como e di Pavia, ai tanti devoti del futuro Beato sparsi in tutta Italia, all’Azione Cattolica, agli Alpini, al collegio Ghislieri di Pavia, al mondo universitario e alle associazioni che si rifanno ai valori della resistenza».

È vissuto soltanto 29 anni, Teresio Olivelli, dal 1916 al 1945. Nato a Bellagio sul lago di Como, un’esistenza passata tra Mortara, Pavia, Vigevano, Torino, Milano, alpino nella crudele campagna di Russia, iscritto all’Azione cattolica e alla Federazione universitaria cattolica italiana (Fuci), giovanissimo rettore del prestigioso collegio Ghislieri, fascista critico e quindi resistente dopo l’8 settembre, infine internato in un lager nazista: storia e geografia di uno che fu sempre, prima di tutto e soprattutto, cristiano integrale.

Il Ponente della causa di beatificazione è il cardinale penitenziere maggiore Mauro Piacenza. Nei giorni scorsi la commissione di cardinali e vescovi si è pronunciata favorevolmente, all’unanimità.

«Il martirio di Olivelli – scrive il postulatore della causa monsignor Paolo Rizzi – non è un accadimento improvviso, ma è l’epilogo di un intenso cammino di fede e di un costante esercizio delle virtù cristiane. Il prossimo Beato ha affrontato il martirio mosso dalla sua fede, preparandosi adeguatamente a sacrificare la vita per testimoniare la propria fedeltà a Cristo e l’amore ai fratelli, sofferenti come lui nel campo di concentramento, a cui diede assistenza spirituale e materiale, incurante delle punizioni, fino a morire per i maltrattamenti subiti a causa della sua inesausta carità».

Lo ammazzano a calci. Non sopportano più, gli aguzzini nazisti, che quel ragazzo italiano si chini come buon samaritano sui compagni di sventura, li conforti, li consoli, li sfami, li aiuti a pregare, a sopravvivere e a morire. L’odio chiama odio, nel lager non c’è posto per l’amore. Nessuna pietà per quel prigioniero scandaloso che distribuisce speranza e resistenza. Hanno già fatto fuori così, ad Auschwitz, il frate polacco Massimiliano Kolbe. Soprattutto, venti secoli prima, è stato messo in croce Gesù di Nazaret.

In tempi minacciosi e tremendi come i nostri, la beatificazione di Teresio Olivelli ci rammenta lo scandalo cristiano dell’amore e della pace portato alla conseguenza estrema: usque ad sanguinem, fino alla morte. È un promemoria. Solo l’amore vince e cambia il mondo. Occorre una ribellione d’amore contro l’odio. Porgere l’altra guancia. Non rendere male per male. Perdonare settanta volte sette. Così ha scritto Teresio nella sua stupenda preghiera «Signore, facci liberi», la preghiera dei «ribelli per amore»: «Signore, che fra gli uomini drizzasti la Tua Croce segno di contraddizione, che predicasti e soffristi la rivolta dello spirito contro le perfidie e gli interessi dei dominanti, la sordità inerte della massa, a noi, oppressi da un giogo oneroso e crudele che in noi e prima di noi ha calpestato Te, fonte di libere vite, dà la forza della ribellione».

Fonte

Gli osovani si ritrovano domenica 25 giugno alla malga del Comune di Budoia intitolata alla medaglia d’oro Pietro Maset.

I superstiti Fazzoletti Verdi dell’Osoppo Friuli che, nella stagione della Resistenza del settembre 1943 all’aprile 1945 hanno combattuto sul Piancavallo e nella Valcellina con il capitano degli alpini Pietro Maset, l’indimenticato capitano Maso medaglia d’oro al valor militare, caduto su queste montagne, si ritroveranno per l’ormai tradizionale convegno domenica 25 giugno, assieme agli amici e simpatizzanti.
L’incontro si svolge alla Malga Pietro Maset “Maso” sopra il Sauc in comune di Budoia in quella che ancora molti conoscono come Malga Ciamp. Il programma prevede alle 9,30 il raduno dei partecipanti con l’alzabandiera cui farà seguito la santa messa celebrata presso la malga. Seguiranno l’intervento del Sindaco di Budoia Roberto De Marchi e delle altre autorità presenti; infine il saluto e la commemorazione ufficiale da parte del Presidente dell’Associazione Partigiani Osoppo Friuli. La cerimonia sarà accompagnata dalla Coral Risultive di Fontanafredda. Chiuderà la giornata il rancio offerto a tutti i presenti.
Con i Fazzoletti Verdi sono invitati tutti gli amici.

Associazione Partigiani Osoppo – Friuli

Udine 09 giugno 2017

DOMENICA 18 GIUGNO AL BOSCO ROMAGNO IL RICORDO DELLE VITTIME La rievocazione sul luogo della strage organizzata dall’Associazione Partigiani Osoppo.

Si rinnoverà domenica 18 giugno, a 72 anni dai tragici eventi entrati nella storia come l’”eccidio di Porzus”, la commemorazione delle vittime di una delle pagine più buie della lotta della liberazione. L’iniziativa è dell’Associazione Partigiani Osoppo, in collaborazione con il Comune di Cividale del Friuli, che intende così mantenere vivo il ricordo dei giovani osovani prelevati nel mese di febbraio del 1945 dalle malghe di Porzus e trucidati nel giorni successivi nel Bosco Romagno dove un cippo testimonia ancora oggi il tragico evento.

Quest’anno la cerimonia vedrà il patrocinio della Provincia di Udine (che parteciperà con il proprio presidente Fontanini) e dei comuni di Corno di Rosazzo, Moimacco, Premariacco, Prepotto, Torreano che parteciperanno con i rispettivi sindaci. La Regione sarà presente con il vicepresidente del Consiglio Cargnelutti in rappresentanza del presidente Iacop impegnato in altra manifestazione.

Il programma della commemorazione, che inizierà alle 10 e 30, prevede una breve cerimonia religiosa seguita dalla deposizione delle corone l’alloro, il saluto del presidente dell’Associazione Partigiani Osoppo, del sindaco di Cividale Stefano Balloch, del vicepresidente del Consiglio regionale Paride Cargnelutti e del Presidente della Provincia di Udine. Concluderà l’intervento dello storico Roberto Chiarini dell’Università di Milano.

Associazione Partigiani Osoppo – Friuli

La festa della repubblica del 2 Giugno celebra l’anniversario del cambiamento della forma dello Stato votato dal popolo italiano con il Referendum istituzionale del 1946. Con esso la maggioranza decideva la fine della monarchia di Casa Savoia e di governarsi da sola senza intermediari, scegliendo la Repubblica. Una classe dirigente, compromessa col fascismo e cresciuta all’ombra della protezione monarchica, fu condannata anche per non aver saputo o voluto riscattarsi, rifiutando il passato e per non aver partecipato alla guerra di liberazione insieme alle classi lavoratrici e popolari impegnate nella Resistenza. Questa libera Associazione dei Volontari della Libertà partecipa con i propri iscritti e con l’entusiasmo di sempre alle celebrazioni del 2 Giugno, richiamando alla memoria gli eroi che combatterono e sostennero la lotta resistenziale, con una rinnovata volontà di lavorare al consolidamento delle istituzioni democratiche, attraverso la più larga condivisione dei cittadini ai valori della Resistenza e della Repubblica, affinché si realizzi sempre più unità d’intenti intorno alle istituzioni democratiche. Ciò è segnatamente necessario e utile in questa Provincia e in questa città di Massa, fortemente provate per l’essere state il duro retroterra del fronte durante gli otto lunghi mesi della Linea Gotica.

Massa, 2 giugno 2017.

Si è svolta stamane al Parco della Rimembranza, in un clima raccolto e commosso, la cerimonia in ricordo del 72° anniversario dell’Insurrezione di Trieste, del 30 aprile 1945, contro le truppe tedesche che occupavano la città.

La cerimonia si è svolta alla presenza del Prefetto e Commissario del Governo Annapaola Porzio, del Questore, dei Comandanti provinciali dei Carabinieri e della Guardia di Finanza, del Comandante della Capitaneria di Porto, del Comandante della Zona Militare, mentre il Comune era rappresentato dall’Assessore Maurizio Bucci. Presenti tutte le Associazioni combattentistiche rappresentate nell'Associazione Grigioverde. Fra le altre Associazioni presenti anche la Lega Nazionale con il presidente Paolo Sardos Albertini e la Camera Confederale del Lavoro-UIL che venne fondata a Trieste nel 1945 da don Edoardo Marzari.

Dopo la deposizione della corona di fiori inviata dal Presidente della Repubblica, da parte dei Carabinieri in alta uniforme, e di quella del Comune, c’è stato l’intervento del presidente della Associazione Volontari della Libertà Fabio Forti il quale ha ricordato il significato di questo “gesto di ricordo”. Forti ha voluto innanzitutto ripercorrere il legame che si era creato fra il CLN di Trieste e le altre forze patriottiche che stavano combattendo contro i tedeschi, in particolare con le formazioni “Osoppo”, che a Trieste costituirono quella che fu la Quinta Divisione “Osoppo”, che assicurò un legame con l’Italia. Legame oggi rappresentato dalla presenza alla cerimonia della Federazione Italiana Volontari della Libertà il cui Presidente Nazionale Francesco Tessarolo ha inviato un messaggio di saluto, letto dal rappresentante della Associazione Osoppo Friuli Roberto Volpetti.

Forti ha poi rievocato la particolare situazione in cui si trovò a operare il CLN di Trieste e i combattimenti che ebbero luogo il 30 aprile del 1945, nel corso dei quali si ebbero 31 morti e 60 feriti tra i triestini insorti, attestando la durezza dei combattimenti di quel giorno. Ricordando poi come lui stesso, il giorno successivo, venne fermato dalle avanguardie dei partigiani di Tito, che lo costrinsero a togliere la fascia tricolore che portava al braccio quale segno di riconoscimento dei patrioti italiani.

Al termine della Cerimonia il presidente Forti ha consegnato al Prefetto Porzio e all’Assessore Bucci una speciale medaglia commemorativa della Federazione Italiana Volontari della Libertà.

Trieste, 29 aprile 2017