Un ricordo di Lidia Menapace

La prof.ssa Margherita Zucchi, per il Raggruppamento Divisioni Patrioti “ALFREDO DI DIO” di Busto Arsizio, così ricorda Lidia Menapace, scomparsa a Bolzano lo scorso 7 dicembre.

…. Rosso Malpelo e le novelle di Giovanni Verga, anno accademico 1966/67, noi studentesse in Università Cattolica a Milano portavamo il grembiule nero e la nostra professoressa di lingua italiana ci spiegava l’uso del liguaggio nel verismo, gli elementi di rottura con le correnti letterarie precedenti… Erano così belle le sue lezioni, che si poteva lasciare a terra il peso dello studio e librarsi con le ali del puro piacere dell’ascolto e della lettura, attraverso una chiave d’accesso di rara evidenza e spirito critico.

“Una donna minuta, ironica per vocazione e anticonformista nel profondo, nella vita pubblica e in quella privata, nelle idee e nello stile di vita. Una femminista che amava il movimento delle donne, cocciutamente intransigente nell’uso del linguaggio, capace di spiegare con semplicità e grande cultura quanto danno potesse fare l’uso sbagliato delle parole, specialmente nelle questioni di genere.” (da Il Manifesto del 03.12.2020)   All’ Università c’era sempre una gran folla alle sue lezioni tenute nell’aula ad emiciclo, tra le più spaziose della Cattolica: erano lezioni interessanti, avvincenti, chiare e dirette, potremmo dire: senza peli sulla lingua! Stava maturando la rivolta studentesca della primavera del ’68 e lei ne fu protagonista insieme con gli studenti…. Non dimentichiamo che in Italia il vero atto di nascita del movimento di protesta avvenne a Milano il 17 novembre 1967 nell’ateneo fondato da padre Gemelli: un’occupazione senza precedenti, dopo la quale fu espulso Mario Capanna quale organizzatore.

Ai tempi dell’Università non si studiava la Resistenza, per lo meno non era nel piano di studi, qualche rara tesi di laurea con il prof. Gianfranco Bianchi, solo ne sentivo vagamente dire qualcosa in casa, si parlava soprattutto della guerra, del terrore… mia madre era stata messa al muro dai tedeschi durante un rastrellamento… terrorizzata dagli spari, non sopportava più neppure i tuoni dei temporali: – Speriamo che voi giovani non dobbiate mai vedere la guerra, mai vivere nel terrore! – e questa era la conclusione: – Parliamo d’altro!-, solo che i miei nonni nel 1941 avevano dovuto lasciare precipitosamente l’Algeria perché, in quanto Italiani, erano considerati nemici della Francia, avendo l’Italia fascista dichiarato guerra alla Francia. E in terra d’Africa avevano abbandonato ciò che si erano guadagnati da emigranti, col sudore della fronte… difficile per loro parlare d’altro.

Lei invece, Lidia Brisca, la guerra l’aveva fatta davvero, giovanissima, e ne era stata talmente segnata che, quando a 90 anni veniva intervistata e le chiedevano quale definizione avrebbe dato di sé stessa, rispondeva: – Partigiana! -.

Sì, era la staffetta “Bruna” della formazione Remo Rabellotti di Novara, parte del Raggruppamento Divisioni Patrioti Alfredo Di Dio, e si muoveva tra la città natale e la Val d’Ossola; era giovanissima e si distingueva per la sua attività instancabile, in anni vissuti sotto i bombardamenti, aveva accettato di fare la staffetta in bicicletta pur con il terrore di poter incontrare i nazisti o i fascisti lungo la strada. I messaggi viaggiavano sulle sue gambe e nella sua testa: niente messaggi scritti, tutto doveva essere memorizzato e trasmesso a voce per evitare che durante i controlli ai posti di blocco venisse scoperta.

“Don Gek seguiva quello che facevo, spesso forse non condividendo le mie scelte, ma senza pregiudizi. Proprio la profondità delle sue convinzioni gli consentiva una estrema libertà di approccio con le persone.

È importante riuscire a fare memoria di persone come don Giacomini. Abbiamo paura della perdita della memoria sul piano personale, molto meno sul piano collettivo. Non ci si preoccupa se un popolo perde la memoria, se non è più in grado di rifarsi ad esperienze passate per poter affrontare il presente e progettare il futuro (scuole, partiti e chiese sono diventati muti). Si vive in una eterna infanzia, senza mai pervenire all’età adulta… Quando don Gek accettò di farmi entrare in contatto con la resistenza organizzata, dichiarai che non avrei portato armi (la resistenza è stata un movimento armato non militare, e c’era grande libertà anche nel fare obiezione di coscienza all’uso delle armi). Ero favorevole ai sabotaggi e allora trasportavo l’esplosivo, ero favorevole alla formazione di una coscienza antifascista e allora distribuivo la stampa clandestina…” (dalla relazione di Lidia Menapace Verbania Pallanza, 17 aprile 1999, in “Leggere la Resistenza, dalle formazioni autonome alla cittadinanza consapevole”, di prossima pubblicazione info@museopartigiano.it )

Nonostante l’obiezione di coscienza all’uso delle armi, Lidia venne congedata come sottotenente con il riconoscimento di “partigiano combattente”, al maschile ovviamente, da qui il suo rifiuto e il suo antimilitarismo, pur essendo la prima a sostenere che le donne nella Resistenza non furono solo staffette come lei, rimasta “partigiana” per tutta la vita. Con quel titolo rifiutò anche il compenso monetario: “non ho fatto la guerra come militare e ciò che ho fatto non è monetizzabile”. Tuttavia

“Se non ci fossero state le donne non ci sarebbe stata la Resistenza, punto e basta”, ricordava Lidia Menapace nel capitolo dedicato a lei del libro di Gad Lerner e Laura Gnocchi “Noi partigiani” (Feltrinelli2020).

Si laureò all’Università Cattolica del Sacro Cuore a 21 anni con il massimo dei voti e dopo la guerra si impegnò nella FUCI. Nel 1964, candidata con la DC, venne eletta prima donna nel Consiglio Provinciale di Bolzano, dove si era trasferita dopo il matrimonio con il medico trentino Nene Menapace (morto nel 2004), diventando assessora effettiva per affari sociali e sanità. Nei primi anni Sessanta divenne docente di Lingua italiana e metodica degli studi letterari all’Università Cattolica: l’incarico non le venne rinnovato nel 1968 a causa della pubblicazione del documento “Per una scelta marxista”. Dopo l’uscita in quello stesso anno dalla Dc, Menapace si avvicinò al Partito Comunista Italiano. Nel 1969 fu tra i fondatori del primo nucleo del manifesto, sul quale avrebbe scritto fino alla metà degli anni Ottanta. Nel 1973 fu tra le promotrici del movimento Cristiani per il Socialismo. Dal 2006 al 2008 fu senatrice di Rifondazione comunista.

«Scompare con Lidia Brisca Menapace una figura particolarmente intensa di intellettuale e dirigente politica espressione del dibattito autentico che ha attraversato il Novecento.

Staffetta partigiana in Val d’Ossola, brillante laureata presso l’Università Cattolica di Milano, dove sarà lettore di lingua italiana, dirigente della Democrazia Cristiana e vice presidente della Provincia di Bolzano, animatrice del movimento delle donne, tra i fondatori del Manifesto e, infine, senatore per Rifondazione comunista nella XV legislatura repubblicana, Lidia Menapace è stata fortemente impegnata sui temi della pace, con la Convenzione permanente delle donne contro tutte le guerre.

I valori che ha coltivato e ricercato nella sua vita – antifascismo, libertà, democrazia, pace, uguaglianza – sono quelli fatti propri dalla Costituzione italiana e costituiscono un insegnamento per le giovani generazioni». (Sergio Mattarella Presidente della Repubblica)

 “Dobbiamo uscire da questo virus e fare ripartire la politica”, aveva detto in un’intervista a Repubblica alla vigilia del 25 aprile. “Immagino a gruppi di persone che pensino a cambiare le cose dentro un grande movimento di cambiamento. Una vita politica in cui ciascuno vede cose che non funzionano e si impegni per trasformarle, in cui le cose sbagliate siano raddrizzate. Non però creando frammentazioni e tanti piccoli partiti. Direi: dopo l’epidemia, ricominciamo dalla politica”. Io aggiungerei la politica quella vera, capace di distaccarsi dai battibecchi elettorali e di affrontare i problemi, alcuni dei quali non ancora risolti dopo 75 anni dalla Liberazione nazionale. Senza dimenticare che per perdere la guerra vincendola, fu necessario percorrere una via unitaria di condivisione, senza rinunciare al “dibattito autentico” , ma con la volontà comune di arrivare alla sintesi che è la Costituzione italiana.

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