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Il valore di una medaglia di Francesco Tessarolo, Presidente FIVL

Nei giorni scorsi, il sito della Presidenza della Repubblica ha pubblicato le motivazioni delle due Medaglie d’oro al Valor Militare recentemente conferite ai comuni di Roma e Varzi (Pavia); la lettura delle rispettive motivazioni ci porta ai drammatici eventi che hanno contrassegnato la storia italiana nel corso degli ultimi venti mesi del Secondo Conflitto Mondiale, ma anche a riflettere sul senso morale e civile dell’onorificenza attribuita.

In primo luogo, occorre riandare alla situazione che si era determinata in Italia all’indomani dell’8 settembre, giorno in cui venne comunicato l’armistizio: il Sovrano ed il governo Badoglio non avevano esitato a lasciare la capitale ai tedeschi ed il paese nel caos; l’Esercito e l’Aviazione erano allo sbando, disorientati da un capovolgimento di fronte non preparato e da ordini equivoci, talvolta contraddittori; la Marina si trovò costretta a raggiungere i porti dello stesso nemico contro cui aveva combattuto fino al giorno prima; la popolazione, in un primo momento ignara e festante, convinta dell’agognata fine della guerra, poi smarrita, disorientata, sconvolta. In questo vuoto di disposizioni, certezze, riferimenti, iniziò la Resistenza, nelle grandi città come nei piccoli paesi, esprimendosi poi nella strenua resistenza di civili e militari a Porta San Paolo, nei tragici rastrellamenti degli ebrei e del Quadraro, nel martirio delle Fosse Ardeatine e di Forte Bravetta, nelle temerarie azioni di guerriglia partigiana, nella stoica sopportazione delle più atroci torture nelle carceri di via Tasso e delle più indiscriminate esecuzioni, nelle gravissime distruzioni subite, come avvenne nella capitale, e nelle epiche battaglie combattute nel luglio e nel settembre 1944 contro il nemico nazifascista dalla fiera popolazione di Varzi. Fu una Resistenza dalle molteplici forme, con la popolazione civile che aiutava i partigiani e nascondeva ricercati, ebrei e prigionieri alleati, con gli internati militari italiani che, a più riprese, rifiutarono il cibo e le condizioni migliori proposte dai tedeschi, con i tanti giovani che, con armamento insufficiente ed in situazioni difficili, seppero infliggere gravi colpi alla stessa Wehrmacht. Fu una Resistenza che sorse spontanea contro la dura occupazione straniera ed il progetto nazista del “nuovo ordine europeo”, un progetto basato sull’oppressione e sulla schiavitù, sull’odio razziale e su un conformismo forzato e profondamente illiberale; un progetto esplicitamente condiviso dai fascisti della cosiddetta “repubblica sociale”, che, dopo le prime settimane di smarrimento, si schierarono accanto ai tedeschi.

È indubbio che la Resistenza armata abbia avuto un ruolo importante nella vittoria alleata, tuttavia, a distanza di oltre settant’anni dalle stragi, dai rastrellamenti, dalle rappresaglie che segnarono la guerra di Liberazione, oltre che agli aspetti militari, credo sia giunto il momento di dare il giusto rilievo proprio alla dimensione morale ed ideale della Resistenza italiana, la dimensione che accomunò tutte le diverse e colorate culture politiche delle formazioni partigiane: sia quelle comuniste, che quelle socialiste e quelle ispirate al partito d’Azione, sia quelle liberali, che le formazioni autonome, apartitiche o cattoliche: pur tra mille difficoltà, tutte le formazioni partigiane avevano ben compreso come prima del dibattito democratico, segnato da inevitabili e necessarie divergenze, occorresse rinsaldare i vincoli, tanto preziosi quanto fragili, del bene comune, quei vincoli che il comandante piemontese Enrico Martini Mauri così riassumeva: “Certo, durante i periodi di relativa quiete sui monti, erano sempre i progetti di un’Italia più bella, quelli che occupavano le menti dei partigiani”; quei vincoli che Nino Bressan, figura di spicco della Resistenza cattolica vicentina, ebbe a ricordare in questi termini: “Nelle soste della lotta si parlava ai contadini e agli operai del diritto alla terra ed al lavoro, ai ragazzi del diritto allo studio, alle donne del diritto di voto, a tutti si parlava di sanità, di libertà, di giustizia sociale. Anche per questo avemmo il massimo appoggio da parte di tutta la popolazione”.

Le due Medaglie d’oro al Valor Militare recentemente conferite ai comuni di Roma e Varzi ci portano quindi a riflettere sull’idea che ci sia un bene comune che deve prevalere, al quale tutti dobbiamo contribuire, responsabilmente e consapevolmente, come singoli e come comunità; un’idea che deve continuare ad essere tenuta in grande evidenza anche oggi: in momenti nei quali appare difficile, se non impossibile, andare oltre all’individualismo esasperato ed al tornaconto immediato assunti come unici criteri di riferimento, in una fase delicata e complessa della storia dell’Italia repubblicana, segnata dalla crescente frammentazione e da visioni sempre più ristrette e miopi, sorrette solo dalla ricerca esasperata di un facile ed immediato consenso. Riflettere sulle Medaglia d’oro conferite alla capitale e ad una piccola cittadina dell’Oltrepò pavese, rievocare oggi le vicende tragiche che hanno permesso la nascita della Repubblica italiana, significa uscire delle paludi pericolose dell’indifferenza, del fatalismo e della rassegnazione, significa capire lo stretto intreccio che sempre intercorre tra le scelte collettive e quelle individuali, significa ritrovare il coraggio di riaffermare e tutelare sempre quella dimensione etica ed ideale, quel futuro comune e condiviso che portò alla nascita della Repubblica e fu la causa cui tanti italiani dedicarono il loro impegno e la loro vita.